STORIA DI VITA: Intervista ad Alessio Pasini

“STORIA DI VITA” Intervista ad Alessio Pasini di Elvira Cassetti Pasini Ricercatrice e storica valsabbina · Le origini Una cosa tengo a precisare: che noi veniamo da gente semplice, modesta, da gente operosa e parca che conosceva bene il significato delle parole “lavoro”, “sacrificio”, “risparmio”. La nostra storia è fondata su questo. Per altro, io, dei miei “vecchi”, non conosco che le poche frasi con le quali mio padre mi parlava di loro. Il capostipite della famiglia si chiamava Giuseppe. Fu lui che un giorno imprecisato, probabilmente intorno alla metà del secolo scorso, lasciò il paese natale, Provaglio Val Sabbia e si trasferì a Odolo, dove aveva trovato lavoro come operaio nella fucina di Vico. Da quel giorno fino ad oggi, per cinque generazioni la vita di noi Pasini è sempre stata legata al ferro: dagli attrezzi agricoli alle acciaierie. A Odolo il bisnonno Giuseppe piantò una numerosa famiglia; ebbe infatti tre figli maschi: Alessio, Nicola e Carlo e quattro femmine:. Elisabetta, Ippolita, Giulia e Maddalena . Si può forse immaginare quale fosse la loro vita, ma è difficile descriverla. Abitavano nella casa di Vico, dove oggi vive il cugino Angiolino Pasini, figlio dello zio Andrea. Una casa regolarmente comperata, così come in un anno imprecisato venne comperata la fucina, dove il bisnonno lavorava. Quanto denaro, o meglio, quanti sacrifici possa essere costata, non è dato di sapere. Mio padre diceva spesso che i vecchi proprietari della fucina di Vico erano stati i “Teodor”. Era uno dei rami della famiglia Leali. Da essi discendono oggi da parte materna i Leali delle Acciaierie , da parte paterna i Leali dei Mobili . Comperata la fucina, il bisnonno Giuseppe, da operaio diventò padrone. Un “salto sociale” di quel genere a quei tempi era probabilmente facile: non c’era bisogno di grandi capitali. E il bisnonno doveva avere due braccia robuste e voglia di lavorare. Nel 1870 la fucina venne restaurata, ma allora lavorava già il nonno Alessio con i due fratelli Nicola e Carlo. Più tardi i fratelli si separarono. Lo zio Nicola acquistò la fucina del Forno , l’ultima del paese. Lo zio Carlo e i suoi figlioli andarono a lavorare per qualche tempo in una fucina di Malpaga di Casto. Del nonno Alessio posso dire poche cose anche perché morì giovane (1906) ed io non l’ho conosciuto. Anche la nonna, Angela Reggio, morì giovane, poco dopo aver messo al mondo l’ultimo dei suoi quattro figli, lo zio Andrea. La nonna Angela veniva da una famiglia benestante di Preseglie; aveva portato una buona dote: delle terre a Mondalì, a Quintilago, a Preseglie, terre che i miei zii e mio padre vendettero più tardi, dopo la prima guerra mondiale nel 1929 circa. La nonna Angela lasciò molto rimpianto tanto che tutti e quattro i suoi figli vollero dare il suo nome ai propri figlioli . Morta la nonna Angela, si stabilì nella vecchia casa di Vico una sorella della nonna, una sorella sordomuta. La zia-muta come sempre venne chiamata familiarmente, si occupò del cognato e dei nipoti per parecchi anni, crebbe lo zio Andrea e se ne tornò a Preseglie solo quando lo zio Pasino e mio padre si sposarono. La zia Cìa (Lucia Guerra) e mia madre presero allora la cura della famiglia che continuò per qualche tempo a vivere unita, com’era consuetudine. I primi ad uscire del vecchio nucleo furono lo zio Pasino e la zia Cìa; si costruirono una casa e formarono la loro famiglia. Da allora mia madre si occupò dei cognati più giovani fino a che si sposarono nel 1921. Mio padre si chiamava Giuseppe, come il capostipite, ma tutti lo chiamarono sempre “Pinoto”, forse, perché, fin da piccolo era stato di costituzione robusta. Mia madre era una Cassetti e veniva dalla famiglia Cassetti-Bésècc. Si chiamava Caterina, ma tutti l’hanno sempre chiamata Tinì. · A Scuola A sei anni fui mandato a scuola e, come tutti a Odolo a quei tempi, frequentai la prima, la seconda e la terza. Essendo nato nel 1909, iniziai la scuola in pieno clima di guerra. Dopo tre anni, le scuole elementari erano terminate, ma ne uscivamo abbastanza ignoranti. Si sapeva leggere, a malapena; scrivere poco e male e non si sapeva niente di aritmetica. Forse fu per questo che i miei genitori mi mandarono a Preseglie a frequentare la quinta e la sesta. La quarta l’ho saltata. Allora non s’andava tanto per il sottile. Dei maestri della scuola di Odolo, ricordo ben poco: in prima elementare ebbi come maestra una certa Andri di Sabbio, in seconda e in terza per un certo tempo fui allievo del maestro Comini, che però ci tenne poco perché fu richiamato sotto le armi. Era un bravo maestro. Forse con lui avrei potuto imparare qualcosa di più. · La Malattia Quando fui in seconda elementare mi ammalai gravemente. Di questa malattia ho dei ricordi confusi, ma ne sentii sempre parlare da mio padre e da mia madre come di una cosa terribile che tenne me fra la vita e la morte e loro in un’angoscia indicibile. Mi ammalai infatti di meningite: tutti dicevano che, se anche fossi guarito, sarei rimasto stupido. Sono stato a letto venti giorni con una febbre altissima, senza conoscenza, senza aprire gli occhi. Mi nutrivano con una cannuccia. Non so quante preghiere abbia fatto mia madre al “Camarì dei Morcc”. Alla fine migliorai. Per assistermi dava il cambio a mia madre una donna del paese, una certa Cia Brunori della famiglia dei “Pulisìa”. Quando cominciai a riprendere forza, ero diventato furioso: mi misi ad insultarla, come un pazzo. Preso da inspiegabili eccessi di rabbia, non capivo quel che dicevo, né quel che facevo: laceravo le lenzuola in preda ad un’agitazione inverosimile. Guarii molto lentamente e grazie alle grandi cure di mia madre. Quando stetti bene, ci rendemmo conto che avevo perduto un anno di scuola. · Preseglie A quel tempo, per noi, il centro degli studi superiori era Preseglie. A Preseglie funzionava una scuola privata, dovuta, pare, a un lascito: portava al diploma di sesta. Avere il diploma di sesta allora equivaleva a un diploma di scuola superiore di oggi: si poteva aspirare ad un impiego. Certo devo dire che gli anni passati a Preseglie furono gli anni più belli della mia fanciullezza. Qualcuno ricorda di quel tempo i disagi del percorso e il freddo dell’inverno. Io ricordo anche dei giorni lieti e spensierati, fatti di amicizia e di allegria. La scuola di Preseglie era una scuola dove si imparava. Il maestro era una sacerdote: Don Giovanni Zani, ma tutti lo abbiamo sempre chiamato Don Beatì, perché apparteneva a una vecchia famiglia di Preseglie, soprannominata “i Beati”. Era un uomo anziano che faceva scuola nella sua casa, posta quasi all’inizio del paese, poco distante dalla strada principale. Viveva con una “perpetua”, la Lisa, ed erano gente semplice, alla buona. Su una cosa però don Beatì non transigeva: che si entrasse in classe a piedi scalzi. · Gli Zoccoli Camminare a piedi nudi per noi bambini era un fatto naturale, come respirare o parlare. Gli zoccoli (perché di “zoccoli” si trattava, visto che non c’era nessuno che possedesse delle scarpe) costituivano un impaccio. Si mettevano proprio quando non si poteva farne a meno: d’inverno, per esempio. I “rascarì” (zoccoli senza tacco) erano l’ideale per scivolare sul ghiaccio. Andavamo al Canal de Doss (vicino a Gazzane) a fare le “bioscarole” con un divertimento grandissimo. Si può dire che gli zoccoli d’inverno diventavano i nostri “sci”. Naturalmente anche gli zoccoli erano di fabbricazione nostrana. Non si comperavano, si facevano fare. Nelle varie contrade c’erano uomini che, a tempo perso, sapevano sagomare degli zoccoli un po’ rozzi, se li giudichiamo con gli occhi di oggi, ma funzionali. Qui a Cereto erano bravi a fare gli zoccoli i Bélèsa (i Tononi). Come dicevo, noi bambini non amavamo troppo gli zoccoli, soprattutto quando veniva la bella stagione. In primavera, quando i prati diventavano verdi, gli zoccoli non erano che una sofferenza e un’inutile costrizione. Si andava quindi a Preseglie a piedi nudi, liberi come l’aria. Sotto il piede, la pelle si induriva e si tolleravano anche i sassi. Lungo il percorso si faceva a gara a colpire a sassate le “chicchere” dei pali della luce. Fra noi c’erano dei buoni tiratori e ce n’erano dei mediocri. Tutti, comunque, chi più, chi meno, ci si allenava. Andò a finire che sui pali non restò più una “chicchera” intatta con relativa protesta della SEB al maestro. Alle 9 si doveva essere in classe. Il problema degli zoccoli era stato prontamente e collettivamente risolto. La “scuola di Preseglie” non era altro che un grande stanzone che dava su un poggiolo al quale si accedeva attraverso una scaletta. Convenimmo di lasciare i nostri zoccoli nel sottoscala, in modo da poterli calzare nel momento di entrare in classe. In quel momento conciliammo la praticità nel camminare e il rispetto per l’istituzione. Il grande stanzone, che era la nostra aula era gremito di banchi, quei grossi banchi neri, di legno ruvido, con il piano leggermente inclinato nei quali, una volta seduto, ti sentivi preso come in una morsa. Davanti a ciascun scolaro il banco presentava un buco nel quale si fissava il portainchiostro. Nei primi banchi don Beatì metteva i più bravi, in fondo stavano quelli che erano più lenti a capire. Io stavo a metà, fra i mediocri. E tutto sommato, mi pare di poter dire che a scuola ero mediocre. Se il maestro mi interrogava per primo, di solito era un fiasco, ma se mi interrogava per ultimo “me la cavavo” bene, perché avevo avuto il tempo di imparare dai compagni. Noi di Odolo, comunque, eravamo svegli. L’Ercole Elmi (Tore) per esempio, era sempre nel primo banco. Anche il Fausto Cassetti era bravo. Noi per prenderlo in giro lo chiamavamo il predicatore. Quando don Beatì voleva punirci ci mandava sul poggiolo, era quella un umiliazione e lui cercava di farcela pesare. Un giorno toccò al Francesco Bertacchini. Questo bighellonò in su e in giù per un po’ di tempo fino a che la sua attenzione non fu attratta da un recipiente dove la Lisa, la “perpetua” di don Beatì, aveva messo dei fagioli cotti al fresco. Il Bertacchini non ci pensò due volte. Un po’ per spirito di rivalsa un po’ per fame, si mangiò tutti i fagioli del maestro. Don Beatì non era comunque un maestro eccessivamente severo anzi.... La punizione più frequente per coloro che erano un po’ lenti a capire consisteva in una buona tirata d’orecchie. Una volta le ha tirate anche a me. Ho sentito dolore per una settimana. Le punizioni spesso consistevano anche nell’assegnazione di “pensi”. Bisognava scrivere cento volte la stessa frase. “Per l’avvenire mi farò premura di arrivare a scuola in orario”. “Per l’avvenire mi farò premura di arrivare a scuola in orario”. Alla fine ti doleva la mano e ti fumava il cervello. A volte (si era in un’età in cui si aveva sempre fame) si andava a rubare le mele al Biffi. Quello arrivava a scuola, spiritato, a denunciare il furto al maestro. E quello, per reazione,...giù “pensi”. Quando si decise a mandarmi a scuola a Preseglie, mia madre, premurosa come tutte le madri, tenendo presenti anche le mie condizioni di salute, pensò bene di trovarmi una casa dove, a mezzogiorno, potessi mangiare, “seduto” a tavola, “una fetta di polenta calda”. Fu così che durante l’intervallo del mezzogiorno divenni ospite dei Reggio di Preseglie, i parenti della nonna Angela. Se quella soluzione tranquillizzava mia madre che mi sapeva “al coperto” e “non su una strada”, a me non andava affatto a genio. Alle 11 quando terminavano le lezioni del mattino i miei compagni sciamavano allegri per le strade di Preseglie. Si fermavano dal fornaio Cotumbella a comperarsi un panino, e, sbocconcellandolo, si avviavano verso “destini di felicità” che a me rimanevano purtroppo ignoti. In casa dei parenti Reggio io aspettavo impaziente che quella benedetta polenta che rimestavano lungamente nel paiolo venisse alla fine servita. Me ne stavo seduto silenzioso ad aspettare e tristemente invidiavo i miei compagni che per due ore potevano divertirsi completamente liberi. Non ricordo quando trovai il coraggio di ribellarmi, forse fu quando venne la bella stagione e mia madre era diventata meno timorosa. A casa dei parenti Reggio morivo di malinconia: ogni giorno venivo defraudato di due ore di gioco. Mi unii dunque ai miei compagni e i miei genitori dovettero accettare la mia decisione. E allora....che felicità poter correre per i prati, liberi di giocare, di ridere, di scherzare. In due salti eravamo giù a fare il bagno a Mondalì, oppure fra Barghe e Sabbio, nel “Sargiulù” (canale della centrale). Alla vista dell’acqua si lanciavano gli zoccoli all’aria e dove cadevano, cadevano. Quelle due ore passavano talmente veloci che nella furia della ricerca degli indumenti qualcuno finiva spesso per non ritrovare più i propri zoccoli. Ma anche a quello si trovava rimedio in perfetta solidarietà. All’una don Beatì riprendeva le lezioni per terminarle alle tre. Ci si presentava a scuola ansanti per la corsa e lesto, chi aveva due zoccoli, ne prestava uno al compagno che non li aveva prontamente ritrovati. Si entrava in classe con un gran calpestio. Il maestro non si accorgeva di nulla (o fingeva di non accorgersene). Io credo che dovremmo fare un monumento al don Beatì. A Odolo il suo insegnamento ha lasciato un segno. Più a Odolo che a Preseglie. Tanti ragazzi di Odolo hanno frequentato quella scuola e ne hanno tratto profitto....tanti più vecchi di me e tanti anche dopo di me: l’Emilia Tononi che è diventata impiegata delle Poste, il Vittorio Leali, il Tunì Cominotti, il Bianchi, il Fausto Cassetti e tanti altri... Si, furono anni fruttuosi. Come dicevo, le elementari di Odolo erano scadenti. Arrivati a Preseglie non sapevamo ancora fare l’addizione. In un paio d’anni don Beatì ci ha insegnato tante cose. Era un maestro capace: ci ha insegnato le cose fondamentali. Oltre al leggere e allo scrivere insisteva sulle coniugazioni verbali, soprattutto sul modo congiuntivo. Probabilmente sapeva che per noi, che parlavamo quotidianamente il dialetto, era importante non incepparsi sui verbi. Ma insisteva anche sull’aritmetica, ci fece, imparare tutta la geometria, piana e solida, e la radice quadrata. Ci faceva dire le preghiere all’inizio e alla fine delle lezioni, ma non si soffermava sull’insegnamento religioso o morale. La sua preoccupazione era quella di istruirci. Curava lo studio della storia e della geografia. In particolare curava la storia moderna, partendo dal Congresso di Vienna, insisteva sulla storia del Risorgimento, sulla Carboneria, le guerre di Indipendenza. La lezione sul Congresso di Vienna la ricordo ancora. “Caduto Napoleone sui campi di Waterloo - iniziava così - cadde per sua sfortuna la potenza francese...”. Più tardi, prima che andassi militare, mio padre ha voluto che andassi a imparare ancora qualcosa e così mi mandò a lezioni dal Sone (Savoldi). Il Sone era segretario comunale ed era bravo, spiegava con chiarezza. Mi ha insegnato la contabilità aziendale. E’ da lui che ho imparato a conoscere bene le tratte, le cambiali, le cose pratiche che mi sono state utili. Ed anche lui era contento di insegnarmi. Era nel 1925, 1926, questa è stata la mia scuola. · Don Recaldini Avevo 17 anni, quando nel 1926 arrivò ad Odolo un nuovo parroco: don Giovanni Recaldini. Nato in un piccolo paese della Val Camonica (Cimbergo), don Recaldini portava nel nostro piccolo paese un animo ricco di fede e di zelo, un cuore semplice e tanto volontà di fare del bene. Trovava un ambiente piuttosto tiepido dal punto di vista religioso: un paese di massoni e socialisti. Cominciò col riunire i giovani ed organizzò l’Azione Cattolica. Con grande sorpresa di molti mi nominò Presidente. Fu una scelta che stupì molti e colse di sorpresa anche me. A Odolo non era un mistero per nessuno che mio padre era un socialista e che non andava mai in chiesa. Ma era una scelta calcolata: con quella decisione il nuovo parroco attirava a sé tutta una parte della popolazione e si avvicinava ai socialisti. Bisognava dirlo don Recaldini era un uomo che aveva un ascendente. Nel 1938 quando se ne andò a Pisogne lasciò un paese completamente trasformato e più religioso. Se don Beatì ci diede un’istruzione, don Recaldini contribuì in modo determinante alla nostra formazione morale e religiosa. Egli crebbe una generazione di giovani (noi giovani del ‘28, del ‘30) che restarono sempre uniti, sempre amici. Il nostro era un mondo fatto di amicizia. Le associazioni cattoliche di allora vivevano di entusiasmo. Ci sorreggeva un vero ideale. Il Fausto Cassetti, il Maffio Bonelli, il Luigi Cerqui, il Bettinzoli, erano tutti dell’Azione Cattolica. Poi si è aggregato il Nicola Leali, che era più giovane, era il nostro “ragazzo”. Poiché lo scopo principale dell’associazione era quello della formazione, ci si riuniva in canonica, attorno al nostro parroco, una volta o due la settimana. Don Recaldini ci leggeva un brano della Storia Sacra e, a turno, noi dovevamo stendere una relazione, un commento su ciò che avevamo imparato. Conservo ancora i quaderni di quei lavori. Rivedendoli non si può non rendersi conto che anche quella di don Recaldini era una “scuola”. Naturalmente l’associazione aveva anche un funzione ricreativa: si andava a far delle passeggiate tutti insieme. Era un modo di fare amicizia e di uscire dal paese. Ricordo che andammo anche a Peschiera, a Bardolino, al di là del lago a visitare l’eremo dei Camaldolesi. Con noi c’era anche Egidio Ariosto (che poi è diventato deputato e senatore). A Peschiera ci fece un discorso. Ora sono ricordi lontani, di giorni sereni, lieti. · Il Teatro Fra le attività ricreative che don Recaldini appoggiò e sollecitò ci fu la “filodrammatica”. Già nell’immediato dopoguerra un gruppo di giovani aveva incominciato a recitare al Forno, nel famoso “Stalù del Furen”. Avevano recitato numerose commedie che avevano avuto successo anche fuori: da Agnosine, da Gazzane venivano a vedere i nostri spettacoli. Io ero tra gli spettatori più entusiasti, perché il teatro è stata una delle mie grandi passioni giovanili. Avevo cominciato già dall’età di 10,11 anni con i burattini. Finita la guerra, quando i soldati se ne andarono e il paese tornò alla normalità, cominciarono ad arrivare, di tanto in tanto, dei girovaghi che piantavano in qualche punto del paese il loro teatro dei burattini. Tra gli “eroi” più divertenti Gioppino dai Tre gozzi. Io seguivo quegli spettacoli con un interesse enorme e, quando i burattini se ne andavano, con i miei compagni mi impegnavo a costruire dei rozzi burattini di legno con i quali davamo spettacolo, seminascosti dietro un vecchio telaio ormai in disuso che si trovava sotto il portico della Ca de Sura . Passata l’età dei burattini subentrò in noi la passione per il teatro e ben presto da spettatori diventammo attori. Il teatro del Forno era poco accogliente e pieno di umidità. Ci trasferimmo allora al Colombaio sotto il portico del palazzo del signor Tunì Belegni (ora Ferliga) e finimmo col recitare qualche commedia anche sul fienile di casa Rebughi. Erano comunque situazioni provvisorie, bisognava trovare una soluzione definitiva. L’occasione ci fu data quando nel 1928 le sorelle Leali donarono la loro casa alle suore Dorotee per farne una scuola materna. Nella grande casa delle “Camilune” l’ala destra non era altro che una vecchia filanda abbandonata . Con i miei amici Fausto Cassetti e Nicola Leali pensammo che, opportunamente riattato, il grande stanzone della filanda sarebbe potuto diventare un “buon” teatro. Andammo a fare un giro di ricognizione. La filanda giaceva in uno stato di completo abbandono da chissà quanti anni. Di telai non mi pare di averne visti, forse erano già stati distrutti o portati via. C’erano ancora tre o quattro fornelle che erano servite per far bollire i bozzoli. Eppure in passato la lavorazione della seta a Odolo deve avere avuto una certa importanza. Allora la Campagnola di Odolo, i Doss, le campagne dei Fondi, la Campagnola di Preseglie erano piene di gelsi e l’allevamento dei bachi continuò a lungo, nonostante il lavoro delle filande fosse stato abbandonato da tempo immemorabile. Abbiamo abbattuto le fornelle ed edificato il palco con tanto di sottopalco con la buca per il suggeritore, le quinte, lo sfondo, il sipario. Gli anelli per il telone del sipario li abbiamo costruiti il Nicola Leali ed io, giù nelle fucine del Mulino. Nello spazio rimanente abbiamo disposto le sedie per la platea e in fondo abbiamo messo delle gradinate in legno per consentire agli spettatori più lontani di vedere bene la scena. Da allora (1935) recitammo nel teatro di Vico. Eravamo ragazzi di diciotto vent’anni quando abbiamo incominciato; abbiamo continuato a recitare per una decina di anni. Far teatro era divertire e divertirsi. Ed era anche una forma di cultura. Bisognava leggere i testi e scegliere quelli che ritenevamo più belli e più adatti al nostro pubblico. Poi si dovevano distribuire le parti in modo che fra attore e personaggio ci fosse una certa rispondenza, una certa affinità. In seguito si dovevano studiare le parti e fare le prove. Tutto questo costava impegno e sacrificio, ma si faceva con slancio, con entusiasmo. Basta pensare alla vita che facevo io; una vita che, per altro, non era diversa da quella di molti dei miei compagni, visto che a quei tempo si lavorava sodo tutti quanti. Io stavo al maglio nella fucina di Vico, anche quindici ore al giorno. La mia giornata finiva verso le 10, le 11 di sera. Quando lasciavo il lavoro, i miei amici erano già lì all’inferriata della finestra che mi aspettavano. Ero stato curvo per più di dieci ore sotto il maglio, ero stanco, smettevo di lavorare e senza nemmeno lavarmi o riposarmi un attimo, andavo con i miei amici a fare le prove. Non mi tiravo indietro anzi, lo facevo volentieri. Ci tenevo, ci tenevamo tutti. E devo dire anche che tutto questo è stato fatto senza che ci guadagnassimo mai una lira: il ricavato andava in beneficenza. Fra le commedie che hanno avuto maggior successo ricordo: “Nel vortice”, “Nonno Ercole”, “Ho ucciso mio figlio”, “I due sergenti”. Erano tutte belle commedie. La gente si commuoveva, applaudiva. Ho continuato a recitare fino al ‘38, quando mi sono sposato. Poi ho recitato una volta anche dopo il matrimonio. Ma ormai non avevo più tempo per studiare la parte, avevo tanti impegni. Mi son trovato sulla scena che non ricordavo più le battute, e allora ho capito che era venuto il tempo di smettere. Ogni cosa ha la sua stagione. · Mia Moglie Nel 1934 mi innamorai della ragazza che sarebbe diventata mia moglie. Aveva solo 17 anni, frequentava l’ultimo anno delle magistrali a Brescia. Non la conoscevo personalmente, la vedevo raramente, quando veniva a Odolo per le vacanze. Però sapevo che era considerata una ragazza modello: buona, brava, intelligente, seria, religiosa, doti che fanno grande e abbelliscono l’animo di una persona. Per questo mi innamorai prima di conoscerla.... ...Il nostro fidanzamento fu un po’ contrastato.... ...Oggi siamo una famiglia numerosa con 14 nipoti, bravi e buoni: sono la gioia dei loro nonni! · Il Fascismo Quando il Fascismo andò al potere io ero ancora un ragazzino e di quei giorni ricordo poco. Figlio di un socialista, avevo comunque respirato in casa un’aria di critica nei confronti del regime che si era imposto con la forza e che, col passare dei giorni, sembrava essere il governo “pacificatore”, capace di risolvere i mali d’Italia. Anche a Odolo i consensi diventavano via via più numerosi. Io e il mio amico Fausto Cassetti continuavamo comunque ad essere contro il fascismo e ci si sfogava nella critica e nella protesta con un altro grande amico: l’Emilio Comini. L’Emilio aveva vissuto in un clima familiare opposto a quello in cui mi ero formato io ed era, di conseguenza, entusiasta del duce. I suoi zii erano fascisti senza riserve. L’Emilio cercava di rispondere alla nostre obiezioni, discuteva con noi, ma non ci ha mai denunciato a suo zio che era segretario politico. Del resto una cosa va precisata: in non sono mai stato fascista, non ho mai avuto la tessera del partito e non ho mai subito nessuna forma di persecuzione dai fascisti di Odolo, che mi hanno sempre rispettato. Certo, quando il regime fascista impose la chiusura di tutti i circoli cattolici o socialisti che fossero, io dovetti lasciare Odolo per qualche giorno. Eravamo nel 1932, il segretario politico era allora Giuriati. L’allora segretario comunale Picotti mi viene a cercare e mi dice: “Guarda Alessio, ti consiglio di andar via qualche giorno da Odolo, stai lontano per un poco, perché è venuto l’ordine di far chiudere il circolo cattolico e tu ne sei il presidente. Se tu te ne vai le acque rimangono calme....non c’è niente da fare”. Il segretario Picotti aveva ragione. Realisticamente accettai la cosa e me ne andai per qualche giorno. Sono stato presidente dell’Azione Cattolica di Odolo dal 1928 al 1938, salvo la breve parentesi del servizio militare, quando fui mandato a Bressanone. In quel periodo fu presidente il mio amico Fausto Cassetti. La guerra poi ha portato momenti dolorosi e lutti. Sono stati momenti difficili. A Barghe è morto Dino Carli. Anche del periodo della resistenza è difficile ancora oggi parlare. Sono ricordi che lasciano l’amarezza. · Il Dopoguerra Fu un periodo di entusiasmo, di rinnovato fervore. Fra le prime iniziative vi fu la costituzione delle A.C.L.I. Le A.C.L.I. hanno avuto come maggiori promotori Nicola Leali, Fausto Cassetti ed io. Abbiamo voluto la cooperativa. Anticipavamo il denaro a turno: abbiamo cominciato nella casa delle suore di Vico, poi abbiamo trasferito la cooperativa nella casa di Luciano Lanza. Infine abbiamo costruito l’edificio nuovo. Anche quando si trattò di costruire la nuova strada di S. Zeno non abbiamo avuto esitazioni. Il Vescovo diceva che bisognava avvicinare la Chiesa al paese. Gli abbiamo risposto che avremmo avvicinato il paese alla Chiesa, ma che la parrocchia era sempre stata lassù sul colle di S. Zeno e che ci sarebbe restata. Non abbiamo voluto rinunciare a una tradizione. Le due strade di accesso erano poco più che sentieri. Abbiamo voluto una strada percorribile anche dalle automobili. La strada che collega il paese a S. Zeno è stata costruita quando ero Sindaco. Il primo a dare il terreno è stato Francesco Ferliga. Lì lungo quella strada abbiamo costruito le scuole elementari, le scuole medie, l’Istituto Professionale, le case Fanfani. Più tardi abbiamo pensato alle case Marcolini. Le scuole sono state costruite senza gravare sui contribuenti. · La nascita dell’industria siderurgica Abbiamo fatto tanto lavoro. I risultati si vedono. Il destino delle nostre fucine era evidentemente alla fine. Eravamo esitanti a tentare delle riconversioni, anche se qualcuno cominciava a pensarci. Bisognava trasformare la produzione, non c’era alternativa. Si trattava di convincere la gente a rischiare i risparmi di una vita. L’industria del ferro si è salvata, ma abbiamo risposto anche al problema della disoccupazione. Bisogna ricordare quegli anni, dopo la guerra, quando non c’era lavoro e la gente partiva per l’America, per l’Australia: partivano i giovani e gli uomini. Oggi invece tornano dall’Argentina e trovano lavoro i figli di coloro che sono partiti... E’ una soddisfazione. Nell’ottobre del 1950 nasce la ILFO (Industria Laminati Ferrosi Odolese). Trovare i primi soci non fu facile! Qualcuno, che pure aveva danaro, non volle rischiare. Ma l’avvenire era nel tondino. C’era la richiesta, c’era la clientela. Noi eravamo già nel settore. Ricordo che ho avuto un ordine di cento quintali di tondino per fare una cantina a Mantova: ho impiegato più di un mese a lavorare quel tondino sotto il maglio. Oggi si sorride se si pensa a quel modo di lavorare, ma l’utile c’era. Non c’era il denaro. Ci siamo uniti in una trentina: chi ha messo un milione, chi due, chi cinquecentomila lire. Abbiamo incontrato sacrifici ed ostacoli. La lavorazione era diversa da quella del maglio. Abbiamo trovato chi ci ha aiutato dal punto di vista tecnico, come l’ing. Fantinelli. Si può dire, senza tema di smentite, che la ILFO è stata la “chioccia” che ha generato molti pulcini. Tutte le altre aziende di Odolo sono nate sotto le ali e con le esperienze della ILFO. Bisogna anche riconoscere che qualche pulcino è diventato più grande ed importante della mamma chioccia. Il primo impianto fu un piccolo laminatoio per la produzione di ferro tondo per cemento armato. I primi tempi furono molto duri ma la nostra tenacia, la nostra buona volontà, unitamente alla collaborazione di tutti, impiegati ed operai, ci hanno permesso di superare quei momenti difficili. E i primi bilanci si chiusero in attivo. In seguito a questi buoni risultati, nacque l’idea di dotare la ILFO di una acciaieria con un piccolo forno elettrico ad arco, per supplire alla carenza di materiale da laminare. Purtroppo l’idea fu osteggiata anche da qualche socio che riteneva l’operazione economicamente troppo rischiosa, ma soprattutto fu contrastata dai funzionari della CECA. Questi ultimi ritenevano il forno elettrico adatto solo per la produzione di acciai speciali, mentre per gli acciai comuni non lo ritenevano assolutamente conveniente. Ma il sottoscritto non condivideva per niente questa tesi: era certo, era sicuro di poter riuscire. Mi ero ben informato, ero entusiasta di questa nuova iniziativa,. C’è da dire che io, da giovane, avevo già fatto esperienza in una fonderia di metalli e avevo fuso bronzo, alluminio, zama, ecc. La fusione e la lavorazione dei metalli mi appassionavano, anche per questo non volevo lasciar cadere questa occasione. Convinto di potercela fare mi misi al lavoro per la costruzione di questo impianto. Fu piazzato un piccolo forno elettrico da sei tonnellate per la fusione dei rottami di ferro; il 6 gennaio 1955 la prima colata, i primi lingotti. Dopo pochi mesi l’impianto era già ammortizzato, gli oppositori avevano avuto torto ed io ragione. Dopo poco venne piazzato un secondo forno da 14 tonnellate. Nel 1963 venne ordinato il primo forno da 50 tonnellate e fermato il primo. Nel 1970 infine partì il secondo forno da 50 tonnellate e venne fermato quello da quattordici. Così la ILFO prese il volo e con essa Odolo e una miriade di industrie, di officine meccaniche, tornerie per i cilindri, ecc. Le sorti della stessa Valsabbia hanno risentito in maniera positiva di questa industrializzazione e infatti a Odolo arrivano operai da tutti i paesi della Valle e anche dal vicino Trentino; persino qualche odolese emigrato in Argentina nel dopoguerra ritorna. Odolo viene presto riconosciuta la “capitale del tondino” e ai “bresciani” viene attribuita unanimemente l’invenzione delle miniacciaierie e del forno elettrico utilizzato per produrre acciai comuni. La ILFO per me è stata la mia vita!. · Gli Operai Una cosa tengo a dire: abbiamo avuto una buona manodopera. Gli odolesi sono sempre stati gente laboriosa. I nostri vecchi erano abituati al lavoro duro delle fucine. Il rapporto con i miei dipendenti è sempre stato buonissimo. Ho sempre considerato gli impiegati e gli operai dei buoni amici, dei bravi collaboratori che, come me, volevano bene all’azienda, lavoravano con tanta buona volontà, contenti di vedere la ILFO crescere e farsi sempre più grande. Ciò è dimostrato anche dal fatto che numerosissimi sono stati gli impiegati che hanno lavorato assieme a me 35, 40 anni, cominciando da ragazzi, per finire poi con la pensione. Anche con i lavoratori che svolgevano il ruolo di sindacalisti interni c’è sempre stato rispetto reciproco, abbiamo sempre trovato un accordo; aggiungo che sono stati sempre comprensivi. Tutte queste cose mi fanno rivivere il passato e sono contento di aver lavorato con la gente e per la gente. · Ai Giovani La premessa che vorrei fare è che nei paesi della nostra cara valle ci sono ancora tanti bravi giovani intelligenti, di buon senso e , soprattutto, di buona volontà, tutte doti importanti ed apprezzabili. Ora, considerando che il progresso corre molto velocemente, è evidente che bisogna pensare di far lavorare sempre di più la mente e meno le braccia. Per questo direi ai giovani di studiare molto, di istruirsi il più possibile. Stiamo vivendo nell’era dei computers, dei robot, della programmazione totale. Si inventano continuamente cose nuove; c’è tanto ancora da scoprire e per questo dico ai giovani: studiate, studiate, studiate! L’avvenire è nelle vostre mani e riuscirete bene se sarete capaci di stare al passo coi tempi ·Il futuro di Odolo Per il futuro di Odolo sono ottimista. Per il momento Odolo è un po’ in crisi a causa del ridimensionamento del settore siderurgico. Facciamo però parte della cosiddetta “Conca d’oro” che è la zona pianeggiante più bella e spaziosa della valle Sabbia. A Odolo, inoltre, scorre il torrente Vrenda, le cui acque, con le loro cascate, hanno sempre creato ricchezza. A Odolo si trova poi una buona fetta di terreno pianeggiante che si presta molto bene ad insediamenti artigianali e industriali. In fondo alla “scodella” abbiamo Pregastine, località ideale per fare un centro commerciale: è infatti l’incrocio di numerose strade, fra queste la superstrada che congiunge Lumezzane con il lago di Garda. Lumezzane, chiuso alle spalle dalla montagna non ha più spazio per potersi espandere e gli imprenditori locali, che sono alla ricerca di aree per costruire nuove aziende vedono Odolo come zona vicina (dista solo 7-8 chilometri) e appetibile. Una piccola fonderia di zama si è già trasferita qui da noi e un altro industriale lumezzanese ha già acquistato de terreno su cui intende costruire un opificio importante (speriamo). Il comune di Odolo sta procedendo, del resto, alla approvazione di un piano di lottizzazione di una vasta area artigianale/industriale. Mi sembra che con queste premesse si può essere ottimisti e pensare che Odolo abbaia ancora delle buone prospettive.