Innovare vuole dire produrre in modo nuovo

Innovare vuole dire produrre in modo nuovo di Giuseppe Pasini - Presidente Federacciai La riflessione critica del professor Carlo Scarpa in merito all’accordo europeo sul clima, di cui le emissioni di CO2 (anidride carbonica) sono il corollario principale, sollecita alcune risposte. In particolare per quanto attiene al mio ruolo di presidente di Federacciai (Federazione delle imprese siderurgiche) più direttamente interessata dal protocollo di Bruxelles. Ma è proprio vero, come scrive il prof. Scarpa, che l’accordo Ue è «la vittoria di un pezzo della nostra industria che non sa più scommettere sul futuro, sulla propria capacità di innovare?». Carlo Scarpa, in riferimento all’industria italiana, usa per tre volte l’aggettivo «tradizionale» in un’accezione ambigua ma implicitamente negativa - ossia come sinonimo non tanto di matura, quanto di vecchia, pertanto arretrata e quindi inquinante - contrapponendola all’industria innovativa, produttrice di energie alternative e creatrice di fonti rinnovabili. Un’azienda è arretrata o avanzata non per «quello» che fa, ma per «come» lo fa. Si può essere avanzati fabbricando prodotti maturi quali barre di acciaio, come si può essere arretrati facendo prodotti avanzati come computer o cellulari. Ciò che il prof. Scarpa chiama «tradizionale» altro non è che il settore manifatturiero, parte fondante di quella «economia reale» (l’industria), della quale tutti auspicano il ritorno dopo le delusioni della cosiddetta «economia virtuale» (la finanza). Certo occorre un modo di fare industria aggiornato alle nuove tecnologie produttive e adeguato alle nuove esigenze ecologiche e ambientali. Occorre tenere conto del terziario avanzato, dei servizi alle imprese e a tutti quei comparti innovativi che oggi concorrono alla formazione di un moderno «sistema» economico. Ma senza dimenticare che l’attività manifatturiera è parte determinante di qualunque economia moderna che non voglia smarrire i fondamentali secondo i quali è l’industria che crea ricchezza mentre la finanza la trasferisce. E senza dimenticare, sempre in tema di energie alternative non inquinanti, non solo l’eolico, il geotermico e il fotovoltaico, ma pure il nucleare, fondamentale per l’industria energivora italiana che voglia rimanere competitiva rispetto alla concorrenza internazionale. I due Paesi, la Germania e la Cina, che il professor Scarpa giustamente cita come casi esemplari, sono quelli i cui modelli economici si fondano appunto sulla priorità della manifattura. Due economie le cui industrie siderurgiche sono leader nel mondo: prima in Europa nel caso tedesco e prima nel pianeta nel caso cinese. L’industria tradizionale italiana (nella fattispecie sidermetallurgica) non è sorda né indifferente alla tutela ambientale. Secondo i dati aggiornati di Federacciai, la siderurgia nazionale ha investito oltre un miliardo di euro negli ultimi dieci anni solo nelle tecnologie ambientali, senza contare gli altri pesanti investimenti realizzati in tecnologie di prodotto e di processo e nella formazione. Lo confermano le cifre. Dal 1990 ad oggi la riduzione di CO2 da parte del settore siderurgico è stata del 29%, mentre l’impegno dal 2005 al 2020 è di ridurre le emissioni di un ulteriore 21%. Il che significa una riduzione del 50% in trent’anni. Non ci sottrarremo all’impegno, anche se si tratta di un obiettivo costoso, difficile e impegnativo, ma con la decisione di rendere gratuite per l’Italia, per un valore di oltre 5 miliardi le quote di emissione per alcuni settori manifatturieri, l’Europa ha dimostrato di capire l’importanza dei settori: dal vetro al cemento, dall’acciaio ai non ferrosi, non solo italiano ma anche di altri Paesi come Germania e Francia. E senza accordo sul clima, l’alternativa sarebbe la migrazione nel terzo mondo della nostra industria siderurgica. Ma davvero siamo un settore tacciabile di «nessuna innovazione, nessun investimento»? Vorrei ricordare, come presidente di un’associazione di 160 aziende che danno lavoro, compreso l’indotto, a non meno di 100mila persone fatturando qualcosa come 60 miliardi di euro, che il maggior responsabile dell’inquinamento non è l’industria ma, semmai, altri ambiti. Pensiamo ad esempio a come viviamo (settore residenziale) o a come ci muoviamo (settore dei trasporti), in cui tutti, consapevoli o meno, portiamo il nostro contributo in termini negativi. Dati alla mano, è innegabile dire che questi due ambiti quotidiani sono tra i principali fattori d’inquinamento. In secondo luogo il tanto bistrattato forno elettrico, peculiarità delle industrie siderurgiche bresciane, è divenuto e rimasto competitivo nonostante le note criticità italiane che lo penalizzano, quali infrastrutture carenti, oscillazioni speculative della materia prima, costo dell’energia superiore del 30% alla media europea. Mi sia consentito rammentare che il Governo italiano si è mosso con molta determinazione e che Confindustria, nella persona del presidente Emma Marcegaglia, si è fatta carico del problema essendo riuscita, insieme ai colleghi tedeschi, a creare un fronte comune che ha pesato in misura decisiva sull’esito della vicenda. Quanto a protezionismo Stati Uniti e Cina, Paesi citati dal professor Scarpa come esempi da seguire, sono i più protezionisti. Quanto a cultura industriale, se c’è un Paese carente di tale cultura è proprio l’Italia. Da noi l’impresa è guardata ancora con sospetto, a differenza di altre realtà (una su tutte la Germania) dove le aziende sono considerate come patrimonio comune da tutelare. Giornale di Brescia 19 dicembre 2008