Pietro ed Elisa - 1917

Pietro ed Elisa - 1917 Estratto dal libro edito dall'Associazione dei Fanti di Odolo e Preseglie con il contributo dei rispettivi Comuni. La pubblicazione è disponibile gratuitamente rivolgendosi agli Uffici Comunali RASSEGNA STAMPA: Giornale di Brescia 21/06/2007 UN VOLUME CON 400 LETTERE TRA DUE CONIUGI DI PRESEGLIE ALL’EPOCA DELLA GRANDE GUERRA «Cara Sposa, mentre ti scrivo tuona il cannone allegramente...» L’amore al tempo della Grande Guerra è malinconia di casa, il gelo in trincea, i prezzi sempre più alti al mercato. È consuetudine con la morte, al fronte e in città, quando i bambini non arrivavano all’anno e si moriva per un’infezione intestinale. È la raccomandazione di pagare l’affitto e di controllare i conti in banca, la confidenza della gente di montagna, la spavalderia di sfidare i cecchini. È la fitta corrispondenza, oltre 400 lettere, che Pietro Mascadri ed Elisa Guerra si scambiarono tra l’ottobre 1916, quando lui 29enne fu chiamato al fronte, e il dicembre 1917, quando trovò la morte in battaglia. Pietro ed Elisa si erano sposati appena quattro anni prima, ed avevano già visto morire due figli in fasce. Elisa, che nel luglio 1917 aveva intanto dato alla luce la piccola Teresa, riuscì a recuperare la salma del marito solo nel 1922. Poco dopo morì anche lei. «Di crepacuore», si disse, a soli 31 anni. La corrispondenza tra Pietro ed Elisa è ora raccolta nel volume curato da Nicola Bianco Speroni - nipote di Teresa - per l’Associazione Nazionale del Fante, sezione di Odolo - Preseglie, che ha voluto così celebrare a 90 anni dalla morte la memoria di Pietro Mascadri, di Preseglie, unico ufficiale medaglia d’argento al valor militare in Valle Sabbia tra i fanti. Ma sulle cartoline postali che i due sposi si scambiavano la guerra resta sullo sfondo, quasi che la reticenza possa esorcizzare fatica e ansie. Pietro è preoccupato della salute della moglie, s’informa sui conti di casa, le spedisce «un involto contenente un po’ di fumo che ti prego serbarmi per quando sarò borghese», le chiede di comprargli sempre «il Corriere della Sera e la Domenica del Corriere: fa in modo che al mio ritorno sia tutto in ordine e non ne manchi nessuno», quasi a convincersi che la fine della guerra e il ritorno a casa non siano lontani. Lei lo informa: «Sono stata a riscuotere il tuo stipendio», e lo tiene aggiornato sui pensionanti che ospita nella loro casa in via Tagliaferri (ora contrada S. Chiara). Gli raccomanda «le pratiche di pietà, e vedrai che nella preghiera troverai quel conforto che forse ti manca», prendendosi i suoi rimbrotti: «Non credo di essere un bambino allattante: io conosco abbastanza quali siano i miei doveri verso Dio». Alla baldanza dei primi tempi («ho fornito i miei soldati di elmetti d’acciaio, e uno l’ho tenuto anche per me: se tu mi vedessi col cappello di ferro, somiglio veramente a un guerriero della storia antica») si sostituisce presto la nostalgia, che diviene ansia per le notizie che non arrivano («A Brescia cosa si dice della guerra? Finisce o non finisce: qui siamo all’oscuro di tutto»), irritazione per le lungaggini della posta, emozione nell’imminenza del parto («a quest’ora sei nuovamente madre! Mi struggo dal desiderio di sapere com’è andata la cosa») vissuto da lontano nell’attesa vana di una licenza che arriverà solo quando la piccola Teresa avrà due mesi. Tra spostamenti di fronte che avvicinano sempre più Pietro alla prima linea («pare che tutti si debba partire verso il Carso»), il 22 novembre 1917 arriva il trasferimento accolto con senso del dovere e dell’onore («sono come vedi alla 2ª Comp. dell 77° regg.to fanteria di linea (...) È un reparto veramente glorioso al quale sono superbo di appartenere»). Una settimana dopo la promozione a tenente («ho messo oggi il secondo filetto» comunica a casa). Il 4 dicembre l’ultima missiva: «Cara Sposa, mentre ti scrivo tuona il cannone allegramente senza però arrecare gravi danni. Ho trovato su questi monti un certo Dolci Bortolo di Odolo: è qui a fare il carbonaio: dice che conosce te e tutta la tua famiglia (...). Io sto sempre bene, come spero ed auguro a te e piccina. Abbracci affett. Tuo Piero». Poi, l’incontro con il destino. Giovanna Capretti Angelo Ghidotti - Sezione dei Fanti di Odolo e Preseglie PRESENTAZIONE La Sezione dei Fanti di Odolo e Preseglie ha voluto fortemente realizzare questa pubblicazione per ricordare, soprattutto ai giovani, che per essere degli eroi ed essere insigniti di una Medaglia al Valore occorre fare “semplicemente” sempre ed in ogni pur grave situazione il proprio dovere con dedizione e impegno. Se è vero che questo vale sul campo di battaglia è altrettanto vero che vale anche nella vita civile in tutto quello che facciamo. Valori come il sacrificio, l’abnegazione e la dedizione giornaliera al lavoro, alla famiglia, alle istituzioni devono sempre ispirarci, come hanno ispirato i nostri avi nella conquista della giustizia, della libertà e della pace. Con l’occasione del 90^ anniversario della morte in combattimento di questo nostro Ufficiale vorrei tracciare una breve storia della nostra Arma. La Fanteria nasce nel 1848 con l’inizio delle Guerre di Indipendenza, in quel periodo glorioso della nostra storia propriamente detto il Risorgimento d’Italia, quando Re Carlo Alberto guidò le armate del Regno Sabaudo contro il potentissimo Impero Austro Ungarico, che dopo gli accordi del Congresso di Vienna nel 1814, estendeva il proprio controllo sulle popolazioni del nord Italia. Fu in tale frangente che le popolazioni della Valle Sabbia, stanche di soprusi, balzelli e delle angherie austriache, decisero di formare nuclei armati composti da valligiani per schierarsi con Carlo Alberto costituendo un reggimento di fanteria, armato alla leggera e senza cannoni, che faceva parte della Divisione Lombarda al comando del piemontese Generale Manfredo Fanti. Quegli uomini erano mossi da grande coraggio ed entusiasmo e desideravano fortemente appartenere ad una sola patria libera: l’Italia, sempre esistita solo nei loro sogni. Questo reggimento venne chiamato Reggimento Cacciatori Bresciani anche perché in esso confluirono volontari della Val Trompia e della Val Camonica. I Cacciatori Bresciani si distinsero in molte battaglie con gli austriaci, ma non riuscirono a battere il potente esercito nemico comandato dal mitico Generale Radetsky e dopo le celeberrime X Giornate di Brescia, che valsero alla nostra città l’appellativo di Leonessa d’Italia, dovettero piegarsi alla superiorità Austro Ungarica. Il Rgt. di Fanteria Cacciatori Bresciani riprese vita nel 1859 in occasione della II Guerra di Indipendenza quando intorno alla bandiera tricolore, tornata libera di sventolare, la vittoria consentì di dare vita ad una prima parte dell’Unità d’Italia. Verso la fine del XIX secolo i vari Rgt. di Fanteria diedero vita a Reggimenti Specializzati ciascuno in campi specifici. Si formarono così: la Fanteria di Montagna: gli “Alpini”; la Fanteria di Marina: i “Lagunari”; la Fanteria dell’Aria: i “Paracadutisti”; la Fanteria Motorizzata: i “Carristi”; ed i Fanti più alti: i “ Granatieri”. Nel 1915-1918 infuriò la I Guerra Mondiale che in considerazione della storia precedente e dei comuni valori io preferisco chiamare la IV Guerra di Indipendenza. I Fanti Italiani, dopo indicibili sacrifici, (furono più di 600.000 i giovani caduti), diedero all’Italia la Vittoria il 4 Novembre 1918 e la nostra Patria fu finalmente e definitivamente unita con la liberazione di Trento e Trieste. La fanteria aveva sopportato fatiche e gravissimi sacrifici tanto che da allora venne chiamata “Arma Santa”, perché in umiltà e silenzio aveva immolato generazioni di suoi figli per il bene comune e per la Patria.Tra questi fanti ve ne era uno “speciale” che amava chiamare fratelli i commilitoni, era Angelo Giuseppe Roncalli di Bergamo che fu eletto Papa nel 1958 col nome di Giovanni XIII. Negli anni 1915-1918, fante tra i fanti, Angelo Roncalli faceva parte del 73^ Rgt. Fanteria Lombardia e scriveva: “Signore, dammi cuore e coraggio di fante e io sarò sempre, mio Gesù, con te nelle asprezze non solo di guerra, ma quando verrà la Pace anche nelle asprezze della vita nei quotidiani sacrifici che dedico a Te nei cimenti e nelle lotte fino al momento in cui sarò vicino a Te nella vittoria finale.” Ecco chi siamo noi Fanti e la nostra Associazione è viva e presente sul territorio perché desidera condividere gli scopi e gli obiettivi del vivere civile e operare sotto il glorioso Tricolore d’Italia per onorare i caduti per la giustizia, la libertà e la pace come il nostro Tenente Medaglia d’Argento al Valor Militare Pietro Mascadri. Ringrazio la Famiglia Pasini, per aver condiviso questi sentimenti ed aver consentito di realizzare questo ricordo, la madrina della Bandiera Prof. Nicoletta Serena in Pasini, moglie di uno dei nipoti del Tenente Pietro Mascadri, la cui figlia Teresa (la Maestra Pierina Mascadri) fu pure Lei Madrina della Bandiera per molti anni fino al giorno della morte nel 1998. Ringrazio il direttivo dei Fanti con il suo Presidente Agostino Ferla, Croce di Guerra al Valor Militare nella Guerra d’Africa, il Prof. Alfredo Bonomi e il Prof. Nicola Bianco Speroni per la collaborazione prestata. Un sentito ringraziamento alle Istituzioni che hanno sostenuto il progetto: COMUNITA’ MONTANA VALLE SABBIA - COMUNE DI ODOLO - COMUNE DI PRESEGLIE Prof. Alfredo Bonomi PIETRO ED ELISA, UN PROFONDO LEGAME D’AMORE NELLA TRAGEDIA DELLA GRANDE GUERRA I mezzi di comunicazione odierni lasciano poco spazio alle lettere personali sostituite inesorabilmente dal messaggino o da altri sofisticati ponti comunicativi. Nella storia della corrispondenza umana la lettera ha avuto però un posto primario e particolare diventando il veicolo dei sentimenti, come l’amore e l’amicizia, delle notizie della piccola vita quotidiana o dei fatti più rilevanti, come le grandi gioie e le immani tragedie. Proprio per questo ogni lettera contiene una parte dell’intima sfera personale che va scavata pudicamente. Quando si rende di dominio pubblico una corrispondenza privata si entra in un colloquio a distanza con chi l’ha prodotta. Ci si muove quindi su un terreno molto delicato perché ci si misura con l’intimità delle persone compiendo un viaggio che ripercorre le tappe salienti di una esistenza, colta però nella sua autenticità, in ciò che solitamente non viene mostrato nelle quotidiane relazioni sociali. Proprio per questo il mondo delle lettere è il più vero ed il più autentico ed è quello che coglie meglio la sensibilità degli animi di coloro che le hanno scritte. Se questa considerazione vale in generale, a maggior ragione ha significato per Pietro di preseglie ed Elisa di Odolo, due giovani ventenni che si sono trovati a misurare il loro progetto di vita con i tragici eventi della prima guerra mondiale e che hanno reagito alla forzata lontananza con una corrispondenza fittissima, con tappe quasi giornaliere. Pietro, con una media cultura, si esprime con proprietà di linguaggio, in una forma precisa e concisa. Nei suoi scritti le vicende narrate, i sentimenti manifestati, sono stati misurati con un frasario privo di orpelli. Elisa corrisponde con una forma più poetica che tradisce un animo molto sensibile. Tutti e due si muovono però sul registro di un grande amore e nella testimonianza di un radicamento a solidi valori famigliari e sociali condivisi e ritenuti portanti per il tranquillo scorrere della società. La morte sul fronte di Pietro interrompe questa corrispondenza d’animi che vince le diversità dei caratteri, supera la lontananza e trova il modo, attraverso la parola scritta, di seguire, seppur nella obbligata separazione, due percorsi di vita di grande valenza spirituale ed umana. Elisa seguirà dopo poco il destino di Pietro e la morte di questi due giovani sposi, genitori di una bambina privata così del loro affetto, assume un risvolto tragico seppur carico di una profonda e limpida poesia testimoniata da una corrispondenza così numerosa e particolare dove sono registrate le piccole cose della giornata, quasi a voler significare che la dimensione degli affetti deve scorrere ed acquistare vigore anche nella mancanza della consistenza fisica della persona che si ama. Questa vicenda così particolare si squaderna mentre sullo sfondo si muovono gli eventi della grande storia, intesa come l’insieme dei fatti che sfuggono alle ragioni individuali e che ubbidiscono solo alle ragioni di Stato. Così la grande guerra, nelle sue infinite tragedie, con la scia delle innumerevoli morti, è filtrata dalle lettere di Pietro ad Elisa con brevi cenni, mai troppo espliciti perché viene comunque percepita come necessaria. Pietro, semplice valsabbino di Preseglie inurbato a Brescia, non si dilunga nella descrizione della tragedia della guerra perché, nel suo piccolo, seguendo l’esempio di molti personaggi post risorgimentali, è convinto che sia giusto soffrire per la Patria. Non mette minimamente in discussione la sua posizione personale di fronte alla necessità di compiere sino in fondo un dovere al quale è chiamato dalla Patria. Essa è vista come il sacro suolo nel quale si sono sedimentate le generazioni che hanno fatto la civiltà italiana e quindi, seppur nella tragedia della morte incombente, non c’è da ritrarsi al richiamo della sua difesa e non c’è nemmeno la necessità di dar spazio all’interrogativo del dubbio sulla legittimità di tale operazione. Rileggendo oggi questa fitta corrispondenza si colgono i segni di un’epoca che ha fatto accorrere al fronte centinaia di migliaia di combattenti chiamati a concorrere al coronamento del sogno dell’Unità d’Italia. Su questo scenario grande e tragico si snoda la preziosità del legame d’amore di due giovani che lo hanno vissuto con una autentica freschezza che ha superato difficoltà e convenienze. In questo quadro individuale fa capolino la vita delle comunità locali, intesa come parte della propria vita. Nelle lettere la richiesta insistente da parte di Pietro per avere notizie su persone e sullo scorrere spicciolo della vita a Preseglie ed a Odolo acquista il preciso significato di voler vivere pienamente un senso di appartenenza, anche se da lontano; dal canto suo le precisazioni, i fatterelli raccontati da Elisa sono proprio la testimonianza del voler far partecipare il giovane marito alla quotidianità che si affronta ogni giorno a Preseglie, ad Odolo, a Brescia ed a Cellatica. Leggendo oggi queste lettere, a distanza di quasi cento anni, si può certamente riflettere su quell’epica e tragica vicenda nazionale che fu la prima guerra mondiale, ma, ancor più, si può cogliere la graniticità di certi valori (il vincolo famigliare, l’amor di patria, il senso del dovere, ecc….) che ancora oggi ci interrogano ed esigono delle risposte in una società profondamente mutata dove però l’animo umano continua a palpitare con le perenni regole del cuore e l’intelligenza traccia sempre nuovi orizzonti al pensiero. In questo senso Pietro ed Elisa ci pongono attraverso le loro parole che noi leggiamo con rispetto, quasi per non violare una sfera intima, interrogativi di attualità e di umanità. Prof. Nicola Bianco Speroni INTRODUZIONE Pietro Mascadri lavorava presso la sede centrale delle Poste e Telegrafi di Brescia quando il 22 Maggio 1915 venne proclamata la mobilitazione generale e il giorno seguente fu presentata all’Ambasciatore d’Austria a Roma la dichiarazione di guerra. Il 1 Aprile 1916 Pietro vestiva già l’uniforme di Sotto Tenente postelegrafonico della Fanteria del Regio Esercito Italiano e il 27 Novembre 1916 lasciava Brescia per la “zona di guerra”. Non ci è possibile conoscere precisamente le varie destinazioni che Pietro raggiunse perché la censura militare sulla corrispondenza, istituita il 23 Maggio 1915 con Regio Decreto verificava che non vi fossero “notizie concernenti le forme, la preparazione e la difesa dello Stato” e il nome della località di partenza della lettera viene sostituita col regolamentare “zona di guerra”. Pietro da buon ufficiale è molto prudente; le indicazioni geografiche sono sempre vaghe e i riferimenti volutamente taciuti: “Qui succedono grandi novità: partiamo tutti per nuova zona, ma non si può dire…” scrive il 19 Marzo 1917 alla moglie Elisa e il silenzio a volte pesa: “La censura mi vieta farti sapere dove mi trovo…”. Talvolta poi non resiste più e in barba all’Ufficio Censura di Bologna, dal quale veniva verificata tutta la corrispondenza, o forse anche in segno di sfida si lascia andare ad affermazioni “meno prudenti”: “Fortunatamente il maggiore non c’è più (era partito per il fronte), così lavoro più liberamente e ti assicuro che le cose vengono meglio” scrive il 22 Febbraio e aggiunge il 22 Maggio: “Pare che siamo prossimi altri mutamenti per la mia compagnia: forse andremo sul Carso…”. Pietro, dunque, aveva lasciato a Brescia Elisa, la ragazza tanto amata e per sposare la quale aveva dovuto superare l’opposizione delle rispettive famiglie e richiedere, con l’aiuto dello zio Don Giambattista Guerra, Arciprete di Cellatica, la dispensa. Pietro ed Elisa erano, infatti, cugini, di primo grado: la mamma di Pietro, Maria Guerra era la sorella del papà di Elisa, Gianmaria Guerra. L’ostilità della famiglia di Pietro fu certamente forte se ancora nel 1917 i rapporti non erano perfettamente ricomposti. Elisa era rimasta nella loro casa di Via Tagliaferri 15 (ora Contrada S Chiara) a Brescia, dove ospitava anche qualche ospite pagante, in genere studenti. La partenza di Pietro fu certamente un grande dolore e dopo tanto sacrificio per stare insieme già erano divisi. Questa situazione è resa chiaramente dalla gran mole di corrispondenza che intercorse tra i due: una lettera al giorno dal Novembre 1916 al Dicembre 1917 e delle quali possediamo la maggior parte. Pietro inviava giornalmente le famose cartoline postali in franchigia “corrispondenza del Regio Esercito” ed Elisa rispondeva con lettere in busta. Si tratta dunque per lo più di testi brevi che si sapeva venissero letti dalla censura e forse anche da altri … L’orrore per la guerra e la nostalgia per la famiglia non sono mai “urlati”, ma quasi “sussurrati” confidenzialmente e la comunicazione è molto spontanea e immediata, spesso minima, quasi una telefonata “ante litteram”, per ricostruire una intimità ormai compromessa per sempre: “Se decidi di fare una scappata a Preseglie ti raccomando di assicurare bene gli usci di casa e anche di pregare qualche inquilino fidato che dia un’occhiata per te”, scrive Pietro il 25 Aprile 1917. Per non ricordare le mille volte che racconta alla cara Elisa di aver mangiato con appetito, di aver dormito, ecc. ecc. Possiamo immaginare d’altronde che sotto questo raccontare, apparentemente normale, le cose di tutti i giorni, si nasconde la necessità di comunicare la propria esistenza in vita, liquidare un’altra giornata di guerra, raccontando quello che si può raccontare. Il freddo “indiavolato”: “Da qualche giorno abbiamo un freddo cane e al mattino per lavarmi devo rompere il ghiaccio ed anche le scarpe le trovo inchiodate al pavimento” scrive il 27 Gennaio e aggiunge il 30 Gennaio 1917: “Qui fa sempre più freddo, siamo a 20 sotto zero”. Il caldo, la pioggia e il disagio: “Oggi qui fa un caldo soffocante e se andiamo avanti così verremo a casa ben cotti” scrive il 3 Maggio e il 29 aggiunge: “Stanotte ho dormito in un’ottima branda: erano circa 20 giorni che mi coricavo senza neppure potermi levare le scarpe: Abbiamo sempre un tempo pessimo che ci bagna fino alle ossa.”. Più volte, infatti, anche quando Pietro accenna a motivi seri di preoccupazione lo fa cercando di sdrammatizzare: “Qui si è rimesso bel tempo ed oggi i cannoni hanno buttato fuoco tutto il giorno e mi hanno divertito” scrive il 9 Marzo 1917 e ancora il 15 Marzo: “Il cannone tuona sempre e ci tiene allegri”, “Ieri mi sono divertito a contemplare il duello delle artiglierie italiane con quelle austriache. Qualche granata è caduta anche poco lontana da noi senza arrecare danni: è inutile, i tedeschi sparano male.”. Il 2 Maggio avvisando dell’avanzamento: “Nella previsione di doverci presto avanzare ho fornito i miei soldati di elmetti d’acciaio ed uno l’ho tenuto anche per me: se tu mi vedessi col cappello di ferro, somiglio veramente un guerriero della storia antica”. Eppure i momenti sono difficili, il 7 Febbraio muore un suo soldato e l’impressione è fortissima, il 23 Gennaio aveva scritto alla moglie: “Temo fermarmi poco in questi posti: sono troppo giovane e mi manderanno al fronte.” E il 13 Febbraio è quasi una certezza: “Ora sono rimasto completamente senza caporali: siccome appartenevano a classi più giovani degli altri soldati li ho dovuti, per ordini superiori, incorporare con reparti che partono per il fronte. A mio riguardo per ora nessuna novità: ma temo non poter restare qui a lungo, anch’io sono troppo giovane.” e il 6 Maggio l’annuncio: “Sono trasferito ad un reggimento di fanteria (il 217° Regg. Fanteria) parto domani; sono un po’ agitato, pare che si vada in prima linea, ricordami sempre, è l’unica soddisfazione che si ha in questi posti.”. In realtà Pietro è conscio del pericolo, ma determinato nel proprio servizio, scrive, infatti, appena due giorni dopo l’8 Maggio: “…sono preparato e risoluto ad affrontare qualsiasi evento” e dopo i primi combattimenti, il 27 Maggio conferma: “…sono pronto ad affrontare con serenità altri cimenti.”. Pietro rischiava la vita ma era fermamente convinto che sarebbe tornato a casa e il 15 Giugno scrive: «Poveri ragazzi spenti nel fiore della loro vita! Io però, cara Lisa, sento che non morrò: il Signore e i nostri cari angioletti che ricordo sempre, mi faranno ritornare vivo alla mia casa.”. Il 7 Luglio allo zio Parroco di Cellatica conferma: “Ho la ferma speranza di tornare a casa e confido pure nelle sue preghiere.”. Questa speranza è “concretizzata” e quasi confortata dal fatto che Pietro raccomanda ad Elisa di continuare ad acquistare e conservare il Corriere della Sera e la Domenica del Corriere: “fa in modo che al mio ritorno siano tutti in ordine e non ne manchi nessuno” scrive il 6 Febbraio e lo ricorda il 4 Aprile. E a casa rimanda pure le sigarette che acquista, a buon prezzo, dai soldati, “che ti prego di serbarmi per quando sarò borghese”, raccomanda il 25 Gennaio 1917. Ma la lontananza brucia. Non è possibile contare quante volte Pietro chieda alla sua Elisa quali novità ci siano a Brescia e a Cellatica e a Odolo e a Preseglie… e quante volte richieda delle cartoline illustrate di Brescia: “Mi conforta il rivedere la mia cara città: continua pure a mandarmi cartoline di Brescia, ma possibilmente sempre differenti l’una dall’altra.”scrive il 22 Gennaio e già lo scriveva il 15. E ovviamente gradisce i “ritratti”: “Ho qui sott’occhio il tuo ritratto e vederti mi pare essere a te più vicino” scrive il 3 Gennaio e ancora il 20: “Ricevo con immenso piacere la tua lettera contenente la fotografia della carissima madre: fu per me una grandissima consolazione rivedere dopo tanto tempo la sua immagine e ti ringrazio del favore che mi hai fatto a spedirmela con tanta sollecitudine”; “Ho sotto gli occhi la tua fotografia e quella della cara mamma: sono per me un gran conforto.”. L’apprensione di Pietro era data anche dal fatto che Elisa aspettava un bambino, il terzo, mentre i primi due Giovanni e Maria Teresa Vittoria erano morti pochi giorni dopo la nascita. Per aiutare Elisa nell’imminenza del parto si era trasferita da lei la cognata Elisa, moglie del fratello di Elisa, Carlo, con la piccola Lena di pochi mesi che si trattenne a Brescia per un mese intero. La cognata Elisa fu per Elisa sicuramente la migliore amica e forse l’unica confidente anche nei successivi anni di solitudine. La bambina nascerà il 20 Luglio 1917, giorno di Santa Margherita e Pietro scrive il 22 Luglio alla moglie: “La nostra piccina la potremo chiamare Teresa Maria Margherita, non ti piace?”, invero più affettuosamente la chiamava “Zina”. Sono molto belle quelle lettere che precedono il parto e che trasudano l’emozione e il sacrificio dell’attesa di una notizia che sembra non arrivare mai, a causa anche del ritardo del servizio postale: “L’ultima tua portava la data del 9: sono passati altri 7 giorni e forse a quest’ora sono già padre.”, scrisse il 16 Luglio. Solo il 13 Settembre, quando Pietro aveva già spedito la consueta cartolina quotidiana, ebbe l’avviso della licenza concessa a partire dal giorno seguente 14 Settembre fino al giorno 30 Settembre. Immediatamente, erano le 20.45, si precipitò ad inviare il telegramma: “Arrivo stazione di Brescia giorno 14 ore 22”. Ebbe così la possibilità, finalmente, di vedere la sua bambina, ma i giorni passarono veloci e in più Pietro trovò la casa affollata di ospiti, cosa che impedì la tanto sospirata intimità coniugale: “Ti lamenti delle mie poche manifestazioni di affetto; che vuoi: io non sono punto abituato ad avere tanti testimoni in casa”, scrive Pietro il 9 Ottobre da poco rientrato dalla licenza. Alla piccola Teresa questo papà mancò molto negli anni solitari del collegio e queste lettere furono lette e rilette, toccate e abbracciate e bagnate di lacrime chissà quante volte e conservate, infine, come reliquie, prima ma per poco da Elisa e poi dalla piccola Teresa. I segni risultano pertanto sbiaditi, specie quelli a matita e non è sempre facile riconoscere il testo, concentrato nel poco spazio della cartolina. Nonostante ciò traspare una calligrafia sicura e ben impostata e il periodo è scorrevole e ben punteggiato. Gli errori sono molto rari per Pietro tanto da apparire come semplici sviste, più frequenti per Elisa che aveva frequentato la scuola solo fino alla terza elementare. Il 22 Novembre Pietro fu trasferito alla 2 Compagnia del 97° Reggimento Fanteria di linea “un reparto veramente glorioso al quale sono superbo di appartenere” scrisse lo stesso giorno e il 29 Novembre annuncia di aver ottenuto la promozione al grado di Tenente; pochi giorni dopo il 4 Dicembre l’ultima cartolina: “Cara sposa, mentre ti scrivo tuona il cannone allegramente e senza però arrecare gravi danni. Ho trovato su queste montagne un certo Dolci Bortolo di Odolo: è qui a fare il carbonaio: dice che conosce te e tutta la tua famiglia: è quello che era nella musica. Io sto sempre bene, come spero ed auguro a te e piccina. Abbracci affett. Tuo Piero”. Il 15 Gennaio 1920 il Ministro Segretario di Stato per gli Affari della Guerra ha sanzionato la concessione, fatta sul campo dalle supreme autorità mobilitate, della Medaglia d’argento al valor militare, al Tenente 97° reggimento fanteria Mascadri Pietro con la seguente motivazione: “Comandante di compagnia in una difficile situazione, sotto violento bombardamento e tiro di mitragliatrice, con sereno ardimento guidava il suo reparto alla conquista di un importante posizione. Respinto da furiose raffiche di fuoco riordinava i superstiti e li riconduceva all’assalto, finché colpito di fronte, cadeva gloriosamente sul campo. Monte Spil 5 Dicembre 1917 La povera Elisa dopo aver recuperato nel 1922 la salma straziata del marito che ancora custodiva nella tasca più vicina al cuore la matita e la gomma usata per scrivere le lettere morì, come si disse allora di “crepacuore”. Aveva 31 anni.
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