I nove decimi di secolo del Cavaliere Una vita nell’acciaio

I patriarchi Luigi Lucchini I nove decimi di secolo del Cavaliere Una vita nell’acciaio Compie oggi novant’anni l’ex presidente di Confindustria che racconta di siderurgia, storia locale, sindacato e tanti ricordi BRESCIA Per chi ci crede è del segno zodiacale del capricorno, lo stesso di Giulio Andreotti, Arturo Benedetti Michelangeli, Leonardo Sciascia e Michael Schumacker. E oggi, nell’ultimo giorno in cui secondo gli astrologi e sempre per chi ci crede il sole si trova nel segno del capricorno, compie novant’anni. Se Luigi Lucchini fosse stato un orientale avrebbe trovato nell’acciaio il suo karma, che nella dottrina indiana rappresenta il complesso delle opere compiute da un individuo dalle quali dipende la sua sorte in una eventuale seconda vita. Ma Luigi Lucchini, invece, era nato a Casto, paese in riva alla Vrenda, dove lavorare il ferro significava prima sopravvivenza e poi sviluppo e da dove il ferro è poi diventato prima acciaio e poi acciaio speciale. Da Casto a Varsavia Luigi Lucchini dalla Vrenda è approdato più avanti sulla Vistola in Polonia (il fiume di Varsavia, città in cui l’imprenditore bresciano aveva rilevato l’acciaieria Huta Warszawa), da Casto è sceso a Sarezzo e poi a Brescia, diventando presidente dell’Associazione industriale bresciana e poi, per due mandati dal 1984 al 1988, di Confindustria dove, ci ha raccontato un giorno con fierezza, «ero riuscito ad ottenere il contratto dell’8 maggio sulle relazioni industriali», accordo cui arrivò confrontandosi con Pizzinato ed accordo che pose le basi per arrivare, più avanti, all’abolizione della scala mobile. Prima (1975) era stato nominato Cavaliere del lavoro, coccarda tricolore cui non rinuncia mai sul rever della giacca. Quand’era ormai prossimo al traguardo del mezzo secolo di attività imprenditoriale, e siamo a metà anni Novanta, Guido Rossi l’aveva indicato come presidente della Montedison, incarico che aveva portato l’imprenditore bresciano ad impegnarsi per rimettere in sesto il secondo gruppo industriale italiano. Basta questo per notare come Luigi Lucchini sia stato un testimone-protagonista di settant’anni di industria bresciana ed italiana («fenomeno - ci aveva raccontato - che si è caratterizzato, all’inizio, per la giovinezza delle forze che l’hanno espresso e che in provincia hanno saputo affiancare la loro storia alla storia di grandi famiglie industriali come i Togni ed i Tempini, ma che negli anni precedenti hanno avuto meriti superiori ai nostri per la fase storica in cui si erano trovati a lavorare»). Valli strette orizzonti ampi Ma la provincia, e le valli, stavano strette agli acciaieri «c’erano energie inespresse - racconta Luigi Lucchini - che non potevano esser sviluppate in quegli spazi angusti» e così incominciarono ad allargarsi verso la pianura. Luigi Lucchini tira subito il freno e precisa «gli attori della siderurgia non devono prendersi però troppi meriti: è stata l’Italia a progredire. Prato, Vigevano, Faenza, Carpi, le Marche ricchissime - aggiunge Luigi Lucchini - sono esplose come è esplosa Brescia», aggiungendo senza rinunciare alla sua vis critica «le uniche a non esplodere sono state le Partecipazioni Statali, in cui hanno finito per prevalere logiche extra economiche anche se, in una certa fase storica, un ruolo positivo è stato svolto anche da loro. Poi è arrivata la politica», come a voler dire che la logica delle spartizioni ha prevalso su quella dell’economia. Il caso Alitalia è solo un altro esempio. E la siderurgia? «Dentro di me, e nei miei colleghi imprenditori, c’è stato - racconta - un attaccamento totale al lavoro, anche se in questi oltre settant’anni ho dovuto spesso sopportare impegni che non avevano niente a che fare con l’economia, ma erano prevalentemente attacchi politici. Non sono stato comunque l’unico attore della siderurgia bresciana: Oddino Pietra - ricorda Luigi Lucchini - è stato un modello dal quale anch’io ho copiato. E un modello, a loro modo, sono state le famiglie odolesi e quelle delle aziende di Nave. Si è così innescato un processo di emulazione in cui tutti cercavano di superarsi. Il risultato è stato un modello di impresa efficiente esportato in tutto il mondo». E non a caso le mini mills sono state replicate anche all’estero. E le origini? «Sono quelle dei fusiner che partivano dai pezzi di ferro, prevalentemente rotaie, e poi li trasformavano: Odolo, Nave, Casto sono state le capitali di questo faticoso processo di trasformazione realizzato con il maglio a testa d’asino. In un giorno - ricorda Luigi Lucchini - secondo le energie del fusiner e la portata del maglio si lavoravano da 50 a 200 chili di ferro». I meriti? «Di tutti» Lucchini aggiunge anche che «per avere una sensazione del percorso effettuato dalla tecnologia, ricordo che alla fine degli anni Quaranta in una giornata si producevano poche decine di chili di barrette di tondo, lunghe da uno a due metri, che alla fine della giornata venivano saldate assieme con una polvere bianca spruzzata sulle due punte roventi. Mio padre Giuseppe faceva così. Oggi, nei nostri impianti, in poco meno di un minuto si arriva a migliaia di chili. Credo sia questo il dato che meglio rende l’idea - spiega Luigi Lucchini - del percorso che la tecnologia in siderurgia ha effettuato. A Lovere, oggi Lucchini Rs, le presse forgiano con potenze impensabili un tempo a Piombino l’alto forno ha potenziali immensi. Ma - continua l’ex presidente di Confindustria - facciamo un salto indietro ai... salti d’acqua che a Odolo venivano utilizzati per azionare i magli perché l’energia costava troppo e, oltre ad essercene poca, non potevamo permettercela». Oggi costa sempre troppo, ma la siderurgia non può farne a meno. E per meglio comprendere il salto tecnologico compiuto dalla siderurgia basta ricordare che a inizio anni Cinquanta il piano Sinigaglia aveva consentito di portare la produzione italiana da due a quattro milioni di tonnellate e che oggi solo Alfa Acciai, piuttosto che Feralpi, ne producono da sole più di un milione. Era la siderurgia dei primordi, poi c’è stata quella dello sviluppo dei laminatoi «attraverso il recupero - ricorda ancora l’ex presidente di Aib - dei materiali bellici: si faceva il tondo con le granate (vuote ndr) oppure con le navi le cui lamiere venivano tagliate e rese "pronto forno". Materiali che costavano poco e consentivano guadagni che venivano reinvestiti nell’impresa». Forno elettrico e colata continua Ma quello della laminazione è stato solo un passaggio: «Una fase importante dello sviluppo del nostro settore è stata la nascita del primo forno elettrico, installato a Breno. All’estero... ridevano all’idea che l’acciaio venisse prodotto con l’energia elettrica. Ma - continuano i ricordi dell’imprenditore - la vera svolta è stata la colata continua, che sostituì la fusione dell’acciaio in fossa con un lavoro faticoso e fonte di troppi scarti. La colata continua è stata un’invenzione della Danieli di Buttrio, azienda friulana che aveva origini tecniche bresciane; un passaggio, questo dell’acciaio che scorreva in un ruscello artificiale, che consentì più qualità e più quantità. Ed anche in questo caso parlano i numeri: in Germania e in Francia si produceva una tonnellata di acciaio con sei ore di lavoro, in Giappone con quattro a Brescia e dintorni in tre ore e forse meno: per questo gli imprenditori siderurgici bresciani furono rinominati i giapponesi d’Europa». Oggi il panorama provinciale è assolutamente diverso da quello presentato nel bel libro di Andrea Bellicini sulla siderurgia bresciana: poche grandi imprese efficienti. Cos’è accaduto? «Quello che avevo immaginato anni fa, riassumibile in un due sole parole: selezione prima e aggregazioni poi. Del resto anche noi abbiamo un partner di maggioranza». Com’è andata con Severstal? «Ci avevano segnalato che due gruppi erano interessati alla siderurgia e abbiamo chiuso con Severstal». Il gruppo stava attraversando una crisi finanziaria che avrebbe potuto portare allo «spezzatino» e l’accordo l’ha evitato. «Abbiamo salvato il gruppo». E la storia di Luigi Lucchini? «Incominciò con mio padre e il suo piccolo laminatoio a Casto. Viaggiavo con il Motom, poi acquistai l’impianto di Sarezzo creato da Carlo Antonini, quindi Settimo Torinese, poi la Bisider, Potenza e la Sidermeccanica, infine, Huta Warszawa, Servola e Piombino». Poi sono arrivati la joint venture in Cina, gli stabilimenti in Inghilterra e quelli in Francia. «Ho amato il rischio, ma - ripete Luigi Lucchini - ho evitato sempre l’azzardo, mettendo fieno in cascina negli anni buoni per contrastare le stagioni grame. Da azienda individuale a gruppo industriale. Se non ci fossero stati i miei concorrenti, comunque, non ci sarei stato neppure io». Stamane sarà ancora in ufficio. Camillo Facchini