All’inizio furono le piccole fucine, poi il borgo divenne uno degli artefici del «miracolo bresciano»

IL PAESE. Da area depressa a protagonista del boom economico degli anni ’50 con la nascita dei primi stabilimenti La capitale del tondino All’inizio furono le piccole fucine, poi il borgo divenne uno degli artefici del «miracolo bresciano» Prima del boom economico degli anni ‘50, la Conca d’oro era un’area depressa, luogo di emigrazione più che di immigrazione. Pare che il nome Odolo derivi addirittura da un imprecazione attribuita nientemeno che a Giulio Cesare il quale spostandosi da Brescia verso il Garda, attraversando le Coste di Sant’Eusebio e non trovando traccia del Benaco avrebbe esclamato: «O Dolum!» (traduzione «o che dolore!» o «e che caspita…»). Il paese nel corso dei secoli ebbe comunque svariate denominazioni: in un codice del 905 viene utilizzato il termine «Audalvico» per indicare una probabile corte longobarda. Nei secoli successivi se ne aggiungono altri fino a quello definitivo, «Odolo», utilizzato stabilmente a partire dal XV secolo. Delle vicende medievali del paese si hanno notizie frammentarie. La Chiesa, ottenuto il dominio civile attraverso privilegi regi e imperiali, esercitò la propria giurisdizione fino al XII secolo quando i Comuni locali riuscirono ad emanciparsi dai vincoli di vassallaggio. Al tempo, «Odulo» (così citato nell’Estimo dei Comuni Bresciani del 1389) dipendeva da Bione con il compito di controllare la strada che da Brescia saliva per le coste di S. Eusebio e conduceva poi in Trentino. Dopo il dominio Visconteo (dal 1337 al 1427), Odolo insieme alla Quadra di Valle Sabbia, diviene territorio veneto. La Serenissima concede la riduzione delle imposte e vantaggi per industria e commerci, assicurandosi in cambio la fedeltà dei valsabbini. NEI SECOLI successivi si alternano periodi di prosperità economica a momenti di estrema miseria e di funeste epidemie come la peste del 1630 che si diffonde anche a Odolo, provocando centinaia di morti. Nel 1796 arrivano i francesi e l’antica osteria «Cà de Odol» si trova a dover fare i conti con un ospite quanto mai scomodo e illustre: Napoleone Bonaparte, scortato da 400 dragoni di cavalleria. A partire dagl anni 50 del XX secolo prende il via quello che il Financial Times chiamerà «miracolo bresciano». Dopo secoli di lavorazione in piccole fucine Odolo fa il salto di qualità grazie anche a due fattori: le necessità di tondino per il mercato edilizio e la disponibilità di una enorme quantità di rottame (lasciata dagli Alleati dopo la guerra). Erano anni in cui bastava un’operazione di laminazione con impianti anche rudimentali per trasformare il rottame in tondino, una nicchia di mercato ritenuta poco remunerativa dai grandi produttori e dalla siderurgia di Stato in cui si inserirono subito gli industriali bresciani. TRA I PIONIERI della siderurgia odolese rientra Alessio Pasini che nel 1949 fondò la «Ilfo» (Industrie Laminatoi Ferrosi Odolesi). Da questa esperienza nasceranno - negli anni seguenti - la Ferriera Valsabbia, la Iro, la Bredina, la Mini Acciaieria Odolese, la Fratelli Pasini, la Ferriera di Barghe, e l’Acciaieria di Cividate al Piano. La rarefazione delle quantità di rottame a basso costo e le esigenze di prodotti competitivi costringono ben presto i siderurgici bresciani ad intraprendere la via del forno elettrico. Odolo diventa così una delle capitali del tondino italiano. Fino ad ora… F.AP. Bresciaoggi 27 febbraio 2009