IX Centenario della morte di S. Anselmo

21/04/2009 - 00:00
Fede e ragione: l’«accordo perfetto» di S. Anselmo Tra i ricordi d’infanzia di Sant’Anselmo, del quale il 21 aprile ricorre il nono centenario della morte, c’è quello di un sogno che lo vede protagonista di una misteriosa visita in Paradiso, durante la quale egli contempla Dio seduto sul suo trono e riceve da Lui un candido pane. Sogno davvero premonitore: Anselmo diventerà infatti uno dei più grandi filosofi e teologi cristiani, capace di scalare le vette della verità e della fede. Lasciata la città natale di Aosta, ove era venuto alla luce alla fine del 1033, giunse all’abbazia di Santa Maria di Bec, in Normandia, ove, dopo un periodo di studi alla scuola del venerato maestro Lanfranco di Pavia, vestì l’abito benedettino: in quella comunità egli rimase per trentatre anni, rivestendo le cariche di priore e di abate e distinguendosi per l’elevatezza delle doti morali e spirituali e per la santità di vita. Intorno ai 60 anni l’esistenza di Anselmo conosce un cambiamento radicale: il 4 marzo 1093 viene nominato arcivescovo di Canterbury. Dinanzi a lui si apre una fase molto travagliata della sua vita, caratterizzata in particolare dalle difficili relazioni che dovette intrattenere con il potere politico rappresentato dal sovrano inglese. Nonostante le non poche sofferenze causategli da tali complessi problemi, egli non abbandonò mai gli studi e scrisse opere di gran pregio, alle quali affidò dottrine di notevole valore. L’intera speculazione filosofico-teologica di sant’Anselmo ha per oggetto principale Dio e la sua esistenza, della quale egli fornisce prove sia a posteriori, ovvero basate sull’esperienza, che a priori, cioè puramente razionali. Fin dal suo primo capolavoro, il famoso «Monologion» ("Soliloquio"), Anselmo dichiara l’intenzione di voler parlare di Dio, non facendo riferimento alla Sacra Scrittura, ma basandosi sul linguaggio comune; e ancora, nel «Proslogion» ("Colloquio"), l’opera nella quale è contenuta la celeberrima prova ontologica dell’esistenza di Dio, Anselmo esprime con chiarezza la sua impostazione metodologica nei termini seguenti: «Io non tento, Signore, di sprofondarmi nei tuoi misteri, perché la mia intelligenza non è adeguata, ma desidero capire un poco della tua verità che il mio cuore già crede e ama. Io non cerco di comprenderti per credere, ma credo per poterti comprendere». Il programma anselmiano è ben definito: chiarire mediante la ragione ciò che si possiede con la fede, ovvero - come gli avevano chiesto i suoi confratelli monaci - non imporre la verità rivelata, ma, per quanto possibile, renderla accessibile attraverso il ragionamento. In ciò, Anselmo palesa una salda fiducia nelle capacità razionali dell’uomo: di qui scaturisce la sua convinzione che la fede debba cercare l’intelligenza per trovare in essa una sicura alleata in grado di gettare luce sui misteri della rivelazione e aiutare così il credente ad avvicinarsi sempre più convintamene alla verità. Ma, se per un verso la fede deve cercare ausilio e conferma nella ragione e nelle sue argomentazioni, per un altro, per Anselmo la ragione stessa non può che muoversi nel solco tracciato dalla fede, pena il suo smarrirsi e inaridirsi: sarà la famosa formula «credo ut intelligam» ("credo per comprendere"). Al centro della lezione anselmiana sta la certezza che esista un accordo perfetto e fecondo tra fede e ragione: la prima rappresenta l’indispensabile punto di partenza di qualunque speculazione, la seconda costituisce lo strumento principe per sostenere e corroborare ciò che si possiede con la fede. In Inghilterra, il culto in onore di Anselmo nacque immediatamente dopo la sua morte; ma fu il papa Alessandro VIII, verso la fine del XVII secolo, a estenderlo a tutta la cattolicità. Maurizio Schoepflin Giornale di Brescia 12 aprile 2009