Rotary e Cultura - Presentazioni librarie: «La fabbrica delle imprese»

Cultura - Presentazioni librarie: «Da distretto a sistema»
Vallesabbianews 05/05/2009
La realtà economica lumezzanese degli anni Cinquanta è descritta dallo scrittore e giornalista Guido Piovene nel suo «Viaggio in Italia» con questa famosa metafora: «Contemplo una madrepora di metallurgici in mezzo alle montagne, in una bella giornata di sole invernale. Producono di tutto, grosse macchine e piccoli oggetti, cambiano produzione secondo il mercato, passando, per esempio, dalle armi da taglio e dai fioretti per scherma alle posate, ai rubinetti, alle maniglie per porte. Lo strano è che qui la metallurgia diviene rapimento, pensiero fisso collettivo». A distanza di oltre cinquant’anni, la madrepora di metallurgici lumezzanesi raccontata dal vicentino Piovene non risiede più solo nella vitale ma angusta Valle del Gobbia: dopo più di mezzo secolo, si è estesa fino ad abbracciare l’intera realtà bresciana e ha valicare gli stessi confini provinciali. A gettare nuova luce su «caso Lumezzane» contribuisce ora il singolare studio dal titolo: «La fabbrica delle imprese. Da distretto a sistema» di Egidio Bonomi e Alfredo Pasotti pubblicato da Il Sole 24 Ore e presentato recente mente nel corso della rassegna culturale odolese «Quattro libri per quattro autori». Bonomi e Pasotti, attenti osservatori del costume lumezzanese, hanno illustrato in quattordici densi capitoli, partendo dalle origini storiche, l’evoluzione e le trasformazioni che hanno interessato la società e dell’economia di Lumezzane. Di questa esperienza che, come hanno sottolineato gli stessi autori nell’introduzione del volume, rappresenta un unicum nella storia dell’industria italiana, si è occupata anche la rivista americana Forbes. È un’esperienza, quella di Lumezzane, che parte da lontano, e molti sostengono sia insita nel Dna dei propri abitanti. Certo è che il territorio della Valle Gobbia, così angusto e sterile, indubbiamente poco favorevole all’agricoltura, ha spinto la gente che vi abitava a trovare in attività extra-agricole le risorse per sopravvivere, per poter acquistare altrove quelle derrate alimentari che la propria terra non forniva. Ciò ha obbligato questa valle ad aprirsi al mondo esterno, al mercato per commercializzare le proprie produzioni. Fino al primo Ottocento, l’attività manifatturiera lumezzanese si presentava articolata in un polo laniero che faceva capo alla zona di S. Apollonio e in un centro metallurgico che faceva riferimento a Pieve. Da allora molto è cambiato, nel corso della seconda metà dell’Ottocento gli operatori lumezzanesi seppero cogliere le occasioni che il nascente capitalismo italiano presentava loro e furono in grado di diversificare la propria produzione: dalla posateria all’ottone alle componenti per armi. Nel secondo Dopoguerra, Lumezzane ha accolto migliaia di persone che hanno risalito la Val Gobbia in cerca di lavoro. A differenza di quello che è accaduto in altre realtà, questi uomini e queste donne hanno saputo integrarsi nella comunità, tanto che molti operai provenienti da fuori, sull’onda del boom economico degli anni Sessanta, si sono staccati dalle aziende che gli avevano assunti per impiantare nuove attività imprenditoriali. Va tuttavia rilevato che il volume di Bonomi e Pasotti non si limita a raccontare l’esplosione imprenditoriale lumezzanese del secondo Novecento, ma sofferma in particolare la propria attenzione sulla massiccia migrazione delle imprese lumezzanesi. Dopo essere stati ancorati alla propria terra natale, molti imprenditori valgobbini hanno deciso di lasciare la valle perché quest’ultima non permetteva loro di espandersi ulteriormente. Dopo secoli, quella terra si rivelava troppo piccala e troppo disagevole per continuare a ospitare le imprese lumezzanesi che guardavano all’economia internazionale del terzo millennio. Questo fenomeno ha portato gli imprenditori lumezzanesi a dar vita fuori dalla valle d’origine a 327 imprese, delle quali oltre una quarantina disseminate in Valle Sabbia. Di queste realtà imprenditoriali,che fatturano oltre 8 milioni di euro e danno lavoro a 20.000 dipendenti, il saggio dà conto della ragione sociale, dell’attività esercitata e della loro dislocazione. È stato un censimento arduo, quello portato a termine da Bonomi e Pasotti, che ha consentito di rendere evidente che, ai nostri giorni, quando si parla di imprenditoria lumezzanese non bisogna fare riferimento solo al classico distretto industriale della Valle del Gobbia, ma occorre prendere in esame l’itero sistema economico che i valgobbini hanno saputo realizzare fuori dalla stessa vallata, pur mantenendo forti legami, economici, sociali e affettivi, con il proprio paese.
  
Giancarlo Marchesi